Le Tabacchine, di Enrico Paone, Ersinia Cascinelli e Nicola Stella

Le Tabacchine

Avevo quasi 18 anni all’epoca della rivolta delle tabacchine ed ho partecipato con estremo interesse a quegli eventi ed alla manifestazione generale del 4 giugno 1968. I ricordi sono un po’ offuscati dal tempo, però alcune riflessioni, senza la pretesa di chiudere il dibattito sulla vicenda, vorrei proporle ai lettori perchè non vorrei che si sottacesse il fatto che quegli eventi provocarono il radicale cambiamento della classe politica locale.

Molti dei miei convincimenti derivano dai racconti che mi sono stati fatti da Nicolino Stella, purtroppo scomparso qualche settimana prima delle suddette celebrazioni. All’epoca degli eventi era segretario generale della Camera del Lavoro CGIL di Lanciano, consigliere comunale, e fu perciò uno degli attori principali di quello storico momento. Ebbene, Nicola Stella non affrontava mai l’argomento delle lotte “de lu tabbacche” senza ricordare che lui per i fatti del 4 giugno si beccò ben 13 denunce dalla Questura di Lanciano, nonostante che per tutta la manifestazione fosse stato sempre accanto al Procuratore della Repubblica ed avesse fatto le stesse cose. Anche altri sindacalisti e tabacchine passarono i guai per tanto tempo, fin quando non intervenne una sanatoria.

Stella aggiungeva che il “sindacato” era consapevole della graduale riduzione dell’occupazione stagionale nel tabacchificio perché erano state introdotte nuove macchine per la cernita e l’essiccazione del tabacco. Sarebbe stata inevitabile, di conseguenza, una consistente riduzione del tradizionale lavoro stagionale e della conseguente occupazione. Come poi di fatto avvenne. A tal proposito va ricordato che l’ATI dava lavoro anche a 5000 famiglie di coltivatori diretti che nella zona producevano e conferivano il prodotto da lavorare. Dunque, il malessere, che poi portò a quella che è stata chiamata la “rivolta delle tabacchine”, non riguardava solo una lotta disperata e corporativa per la giusta difesa del posto di lavoro all’ATI di Lanciano, ma configurava una protesta assai più ampia della città nei riguardi dei maggiori rappresentanti politici del luogo, che assistevano inoperosi al declino dell’economia cittadina e, a volte, sembrava che operassero per penalizzarla e/o punirla per le scelte elettorali non favorevoli alle correnti dominanti della DC dell’epoca.

Era lampante il declino economico ed occupazionale della città, mentre altre realtà territoriali della provincia si arricchivano di grandi insediamenti industriali (la vetreria SIV e la Magneti Marelli nel vastese, la cartiera CIR, la camiceria Marvin Gelber e la fonderia FARAD a Chieti Scalo, ecc.), tutti frutto di un massiccio impegno nel Mezzogiorno delle aziende a partecipazione statale e del capitale privato sostenuti dai sostanziosi incentivi della CASMEZ (Cassa per il Mezzogiorno). Dunque, questo del contesto politico, in cui si sviluppò la stagione di lotte delle tabacchine, non deve sembrare trascurabile perché Lanciano in quel 1968 era una città che arretrava rispetto al forte sviluppo che si stava affermando nelle zone ad essa confinanti.

Era questa situazione che determinava una miscela esplosiva nella cultura politica lancianese, che scaricò il suo potenziale nelle lotte del ‘68 e nella solidarietà della popolazione locale verso le tabacchine. Il risultato elettorale di alcune settimane prima, che premiava la DC gaspariana (come alcuni osservatori hanno rilevato) non deve trarre in errore, perché il voto era coerente con una richiesta forte di sviluppo verso chi deteneva il potere in Abruzzo in quella fase. Queste considerazioni non vogliono riaprire ferite che il tempo ha poi rimarginato; ma è chiaro che senza l’individuazione di questo contesto politico, nel quale le tabacchine e la CGIL, la CISL e la UIL hanno attivato la loro lotta, si corre il rischio di non comprendere fino in fondo una vicenda che ha totalmente modificato i preesistenti equilibri politici affermatisi nella città. Non a caso, all’epoca, ci si interrogò sull’effettiva necessità di inviare a Lanciano quella moltitudine di celerini, pronti ad inseguire i cittadini in lotta fin dentro i portoni delle abitazioni per sedare con i manganelli qualsiasi cenno di protesta, considerato che al Ministero degli Interni c’era il più importante esponente politico abruzzese: un dispiegamento di forze che ai più anziani faceva tornare in mente gli eventi della seconda guerra mondiale. In fondo l’ATI era un’azienda a partecipazione statale e le decisioni che la riguardavano dipendevano direttamente dalle decisioni politiche del Governo, così come avveniva in tema di ordine pubblico e sul come sedare le lotte che sempre con maggiore frequenza si accendevano in Italia.

Anch’io c’ero. Ricordo che la manifestazione del 4 giugno era imponente. Tutti i presenti erano in attesa di eventi e di comunicazioni telefoniche che dovevano arrivare da Roma per rincuorare i manifestanti e rasserenare gli animi. C’era anche un gruppo di attivisti della sinistra extraparlamentare, per lo più formato da individui estranei alla realtà locale, il quale si avviò dalla piazza del Plebiscito verso il corso Trento e Trieste piegando e spezzando tutti i paletti della cartellonistica stradale posti lungo il percorso e nel tratto di strada che dall’ippodromo portava all’allora ufficio postale, rimasto aperto per un eccesso di zelo burocratico del suo direttore. Purtroppo questo fatto fece innescare le provocazioni verso la polizia intervenuta a difesa delle poste e la inopportuna decisione di non abbassare le saracinesche dell’ufficio postale fece scatenare
il pretesto per gl’inutili e violenti scontri tra polizia e manifestanti. All’epoca la manifestazione sindacale non era supportata da un minimo di servizio d’ordine interno alle organizzazioni per scoraggiare i più esagitati e di conseguenza gli eventi presero la piega che tutti ricordiamo, anche per via della disponibilità di una quantità enorme di mattoni in un cantiere edile sito ai margini dei luoghi dello scontro (nel palazzo dell’ex UPIM).

C’è ancora molto da dire e da scoprire di quella fase politica della nostra città. Quella non fu l’ultima lotta che ha avuto la capacità di suscitare la solidarietà della popolazione lancianese: ce ne furono altre che riguardarono la Piazza del Plebiscito a distanza di quasi 10 anni da quegli eventi, perché a Lanciano, per parlare di sviluppo, si dovette combattere contro il tentativo di insediamento della Sangro Chimica e attendere quello della SEVEL, innescato da un accordo sindacale dei metalmeccanici dalla Mirafiori di Torino, sul decentramento produttivo del triangolo industriale del Nord.

Ersilia Cascinelli e Nicola Stella.

Ersilia.  Quando c’era un direttore bravo non ci trovavo soddisfazione…c’era dentro di me qualcosa che non so… Una volta mi chiamano “Cascinelli ti vogliono in ufficio” Io mi sono spaventata, forse è successo qualcosa a casa…avevo i bambini piccoli.. c’era pure mia madre, ma.. siccome mi aveva detto che mi avrebbe fatto chiamare dalla commissione interna … mi ha messo un peso.. e poi c’era la Cisl, allora non c’era l’unità sindacale e ho sempre litigato forte. C’erano i libretti di controllo sul tavolo, controllava gli orari, la produzione, allora ho buttato tutto in aria. “Ma che vuoi fare Cascinelli!…” “Non lo so cosa voglio fare ! Mi chiamate per dirmi che non è vero che avete detto che mi mandate alla commissione interna… queste cose non le sopporto…” “ Ma senti…ma.. no…non lo raccontare al sindacato!…“ “Ma se il sindacato sono io ! Se non volete che blocco la lavorazione mi dovete dare un’ora di permesso! Avevo bisogno di sfogare… Sapete che me l’hanno data e pure retribuita, che allora manco esisteva. Non sapevo che fare e sono andato al sindacato… non ricordo se c’eri tu …

(a Nicola Stella Che risponde: se era il ’52 c’era Ciro Lance.)

Era un fascistello ‘sto direttore… s’è ripassato pure delle operaie e io glielo detto: “Qua dentro non è uno stabilimento, ma un bordello. Mi hanno detto che avete fatto un figlio con una operaia..” “Chi l’ha detto?” “I. P., quello che si chiama Antonio che ha il nome del figlio… Adesso chiamo un giornalista e gli faccio scrivere le porcate che si fa qua dentro…” “ Ma chi l’ha detto, siete matte ?..” “no,no…siete matto voi. A me, me l’hanno detto e ecco perché date confidenza a quella che viene a fare la spia contro di me… giustamente…”

Ma io ho sistemato parecchie cose. Facevamo persino la colazione fuori al mattino e io dicevo “Qua non si può mangiare con la polvere…almeno cinque minuti devono mangiare fuori, non qua dentro…ma come si fa…” Ci siamo riuscite, però con un altro direttore… non con quello… di direttori ne abbiamo cambiati cinque, sei, sette …E siamo riuscite ad andare anche liberamente al bagno… un po’ di libertà…
Quando facevo sciopero lo facevano tutte! Avevano fiducia in me…Un’altra volta c’era un altro direttore, quello di Bologna che è morto..M…non mi conosceva… nel ’68… Si doveva fare uno sciopero perché si diceva che doveva licenziare 400 operaie. Ci voleva uno sciopero prima di fare un’occupazione no? …

La Cisl, la sera, fino alle 11 ha detto “sì, sì va bene…” e la mattina non sono andate a lavorare e ho visto che sono salite tutte dal direttore. Allora ho detto andiamo sopra anche noi della Cgil. Ho detto al direttore che se loro non lo vogliono fare, e fino a ieri sera erano d’accordo, io dichiaro subito lo sciopero qua dentro…lui ancora non mi conosceva, mi prende un braccio e mi dice “Cascinelli vieni qua, lo sciopero lo vai a fare allo spogliatoio” allora io: “me ne vado, perdio!” Ho gridato forte per farmi sentire anche dalle operaie, e come hanno sentito così, si sono alzate tutte e hanno lasciato tutte i tavoli da lavoro…e hanno fatto lo sciopero… Il direttore da allora ha capito che le operaie avevano fiducia in me ..anzi, da allora, mi rispettava. Mi ha detto una volta “Cascinelli, ma lei non sbaglia mai? Viene a difendere le operaie o a torto o a ragione ? Non chiede mai niente per lei, sempre per le altre.”
Poi mi ha dato una promozione… e mi sono offesa, e ho detto al capo sala “lu direttore che vo’, i so sempre la stesce, io non  cambio. [ndr. Il direttore che vuole? Io sono sempre la stessa,…] Il caposala allora mi ha detto: “Cascinelli ti giuro che non è così… tu non fai distinzioni di iscritte alla Cisl o alla Cgil. Difendi tutti. Perché non vuoi accettare?”  “Nicò è trent’anne che fatije (ride..) e ne’ voije niente. [Nicola, sono trent’anni che lavoro e non voglio niente.]
Nicola: era per tappare la bocca! .
Ersilia: ma a me non me l’ha mai tappata nessuno…
Nicola: “comunque ti toccava…ma come! 30 anne di soldato non volevi nemmeno passare caporale ! (ridono…) .
Nicola: le più grandi lotte…nel ’52 riuscimmo a far dividere il premio di 50 £ tra tutte le operaie, nel ’57 riuscimmo a organizzare una assemblea alle Acli e ottenemmo con lo sciopero 200 £ di aumento al giorno per tutti e la mensa, riuscimmo ad avere allora 898 iscritti alla Cgil su 1.300.

Ersilia: nel ‘57, quando occupammo ci fu una settimana di neve, un freddo…Ma l’ultima occupazione (1968) è stata importante perché anche la popolazione ha partecipato e ci ha sostenuto. Avevamo da mangiare per due mesi. Ci portarono pure i materassi…I cancelli rimasero chiusi. Per non fare entrare la polizia che ci voleva cacciare dalla fabbrica . C’era tutto, la cucina .. Veniva tutta Lanciano, perfino il gelato ci portavano…tutto..salami, caciocavallo.

Nicola: la reazione fu forte perché le lettere arrivarono tre giorni dopo le elezioni. Prima ci avevano promesso… era venuto pure De Michelis…socialista, ministro del lavoro…avrebbe portato una nuova fabbrica, di fiammiferi…avrebbero assunto…Ma non era solo delle tabacchine la lotta, ma anche di 200 autoferrotranvieri.

Ersilia: ma noi non abbiamo visto niente perché eravamo rimaste in fabbrica senza poter uscire.. so che furono distrutte parecchie cose, il mercato coperto…due macchine delle poste…la Sala di Conversazione…dove ci vanno tutte le signore a pavoneggiare… una giornata memorabile.

Nicola: è arrivata la Celere, che abbiamo bloccato e respinto davanti all’Upim, poi il pomeriggio fecero una azione punitiva…arrivarono i camion da Foggia e non avete idea delle botte che hanno dato.. era una scena di guerra… c’era un film fatto dal PCI, ora non so se i DS l’hanno buttato, ma è probabile…

Ersilia: c’era una solidarietà impressionante della città, ci hanno portato vitelli interi, bistecche.. e l’occupazione durò 38 giorni. Finì che in quel momento non licenziarono, ma dopo piano piano.

Nicola: finì con una sconfitta, ma si ottenne gli ammortizzatori sociali, i primi prepensionamenti in Abruzzo. In pensione a 52 anni.. Poi i 400 furono licenziati gradualmente, non tutti insieme…Si vinse invece nel non far smantellare la Sangritana.

Ersilia: come donne abbiamo lasciato tutto, famiglia, bambini, mariti (ridono) … tutti a casa e noi quante volte siamo andati a Roma …al Ministero.

Nicola: e certe mazzate anche lì perché non ci volevano fare entrare…prima ci convocavano e poi non ci volevano fare entrare…

Olga: quante ne abbiamo passate…io allo sciopero del ‘52 mi sono ritrovata denunciata.. con una causa.. va be’ che ce la siamo presi a risate…non abbiamo avuto paura…abbiamo pure occupato una volta il comune insieme ai dipendenti comunali…denunciarono 27 tabacchine solo della Cgil.
Il tabacchificio è nato nel 1928, ci aveva lavorato anche mia madre. Ricordava che c’era la milizia durante il fascismo. Io sono entrato nel 1938, avevo 14 anni. Il direttore era troppo troppo cattivo. C’era Iolanda incinta, quella che ha un figlio handicappato, quando il direttore gli ha tirato un pugno alla pancia ed è svenuta per terra. Al quel tempo non c’era la Cgil…Nel 40 morì mio padre, allora andai a fare i coni di gelato. Poi ho lavorato a portare i carichi di farina. Sono rientrata nel Tabacco nel 1947.

Nicola Stella.

A posteriori, esprimere giudizi, su quello che si è fatto, quello che non si è fatto, quello che si è fatto male, oggi è facile.

A posteriori voglio mettere in risalto le enormi difficoltà che abbiamo avuto. Perché non posiamo dimenticarci che le donne, nella nostra provincia, ma in generale, erano la forza elettorale della DC, e la donna era abituata ad essere, come diceva la chiesa cattolica, la regina del focolare, dico questo perché portare alla lotta le tabacchine, ed erano tutte donne, non è stato facile…è stato difficilissimo…non ci sono altre esperienze in Abruzzo… A parte che l’occupazione femminile in generale era bassa, e poi la donna non doveva andare a lavorare nelle fabbriche, questa era la mentalità voluta dalla chiesa cattolica e da tutti i conservatori…in tutti i partiti… Quindi avere questo nucleo di tabacchine a Lanciano, abbastanza consistente, erano 1.300, e portarle alle lotte, alle durissime lotte, ripeto, non è stato facile…Abbiamo dovuto lavorare parecchio per arrivare al punto dove arrivarono… non è stato facile nemmeno perché l’opinione pubblica lancianese era educata dalla chiesa, che contava parecchio,…la donna deve lavorare e non interessarsi di altre cose…di politica, di sindacato ecc… E’ partita da queste condizioni e portarla alle lotte sostenute non è stato facile.
Per i compagni che hanno avuto la fortuna, come me, di aver diretto la Cgil a Lanciano, è stato motivo di vanto, di aver dato lustro alle donne, anche perché non ci furono solo le tabacchine …ma donne di altri settori produttivi, che hanno seguito l’esempio delle tabacchine…anche se non hanno avuto quella coscienza sindacale,…in altre categorie, per esempio le raccoglitrici d’uva, che nell’ortonese erano un nucleo consistente… e le abbiamo portate alla lotta come nemmeno nel nord Italia sono state capaci, e nel nord non è oro tutto quello che luccica…Abbiamo proteso tutte le nostre energie per creare qualcosa, un movimento di donne che hanno assunto un ruolo, perché le più combattive …allora dirigevo tutte le categorie, come si dice, la Cgil orizzontale, ed è stata la categoria che ha dato le più grandi soddisfazioni…e i brillanti risultati che le tabacchine hanno
ottenuto ha dato un contributo all’intero movimento. Non potevamo non partire dalla loro realtà, che era fatta di sacrifici, di fame, soprattutto di fame… perché le tabacchine allora percepivano 305 lire al giorno per 10 ore di lavoro, non 8, 10 ore.
La prima battaglia, partendo dalla realtà, era il salario. Il lavoro delle tabacchine consisteva nella cernita del tabacco, e a classificarlo, perché il tabacco… perché i contadini che conferivano il tabacco all’azienda lo portavano tutto mischiato, le tabacchine dovevano a ricapà, (cernere), foglia per foglia e classificarle perché c’erano 12 o 13 classi,…il tabacco non è tutto uguale…in generale il nostro tabacco era il levantino…avevano un nome slavo e greco, Perussizia, Erzegovina e Xanti, ci siamo dovuti fare anche una cultura dei tabacchi…e siccome veniva portato allo stato asciutto facevano polvere…e le tabacchine erano molto vulnerabili alla polvere di tabacco…, produceva TBC, anche perché erano deboli, la fame, la fatica…molte furono ricoverate nel sanatorio…e parecchie morirono pure…
Quindi in quella situazione triste, grave, abbiamo dovuto operare. La prima cosa da fare era l’aumento generalizzato delle retribuzioni, non mangiavano, mangiavano poco…e quindi più soggette alle malattie.. e iniziammo la battaglia per le retribuzioni…l’aumento generalizzato delle paghe…anche a livello nazionale per il contratto, poi ottenemmo risultati anche con le lotte aziendali, la mensa che nessun altro stabilimento dei tabacchi aveva, nessun altra però aveva più di 1.000 lavoratrici…
Questa era la prima lavorazione del tabacco, la cernita…poi c’era l’imballaggio, e poi andavano nei monopoli di stato…che confezionavano le sigarette. La maggior parte del nostro tabacco andava a Trieste. Un’altra parte andava in America, veniva esportato, e mischiato al tipo americano perché avevano bisogno di miscelarlo e poi tornava qui e ce lo vendevano come sigarette americane ..(ride..) ..
Abbiamo dovuto lavorare moltissimo, fare delle riunioni di caseggiato, perché non venivano in sindacato, alla nostra sede, andavamo noi da loro, se no, non se ne faceva niente.. Piccole riunioni di caseggiato…dove venivano 7/8 persone…ad arrivare a 1.300 ce ne voleva.. Ci voleva tempo, spiegare e rispiegare…il livello culturale era molto basso, nel 46, in prov. Di Chieti il 56% della popolazione era analfabeta…e la maggioranza delle tabacchine era analfabeta…far capire non era facile, si doveva
lavorare moltissimo per iniziare a creare una coscienza sindacale…Quando ci riuscimmo, ottenemmo quello che ottenemmo. Parecchie cose dicevo, prima la mensa, le paghe più elevate, alcune indennità, più che a Chieti, dove però c’erano solo 600 operaie.
Ottenemmo l’indennità di presenza (80 lire al giorno per chi andava a lavorare), e per noi aumentava il salario che era basso.

Tre grandi date hanno caratterizzato la lotta e le battaglie sindacali delle tabacchine, nel ’52, nel ’57 e nel ‘68. Queste sono state quelle più eclatanti. Più consistenti, che hanno avuto un risalto a livello nazionale. Soprattutto quella del 68. Ma era una lotta difensiva…per difendere l’occupazione.. perché subito dopo le elezioni, tre giorni dopo, si voleva licenziare 400 tabacchine, perché erano state inserite macchine nuove…la ristrutturazione… iniziammo questa battaglia contro i licenziamenti, e mentre prima facevamo le lotte non difensive ma offensive, e abbiamo avuto delle conquiste, invece nel ‘68 c’è stata una grande lotta difensiva, per l’occupazione, che si abbinò poi casualmente alla lotta degli autoferrotranvieri della Sangritana.
Mentre per la Sangritana abbiamo avuto una grossa battaglia ma una grossa affermazione, perché, malgrado una legge approvata il progetto non è andato avanti. La legge Nenni fu approvata e la Sangritana doveva scomparire…invece è ancora presente..
Invece per l’ATI, Agenzia dei Tabacchi, purtroppo ci furono i licenziamenti, che furono attenuati dalla Cassa Integrazione, dagli ammortizzatori sociali.. appena nati… però fu una sconfitta politica per i posti di lavoro che perdemmo…400 posti. Alla Sangritana invece no.