Il Dopoguerra – Testimonianze di Nicola Stella e Vincenzo Terpolilli

Il 2° Dopoguerra in Italia

Compagni ed amici invitati, il tempo materiale a nostra disposizione è esiguo, per cui il mio intervento unitamente agli altri dovrà essere breve e sintetico. Pertanto mi limiterò ad evidenziarvi qualche fatto trattato nel corso della mia lunga attività sindacale durata per oltre 46 anni. Sono certo di correre alcun rischio di essere smentito quando affermo che il periodo storico peggiore dal dopoguerra ad oggi che il nostro Paese ha sofferto, abbia avuto inizio all’indomani delle elezioni politiche svoltesi il 18 aprile 1948.

Quando la DC ottenne la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, infatti, dopo appena quattro
mesi da quelle elezioni precisamente il 14 luglio 1948 iniziò il primo atto di violenza politica armata con l’attentato alla vita di Togliatti allora Segretario del PCI. Il Sindacato Unitario della CGIL interpretando lo sdegno e la rabbia dei lavoratori italiani proclamò uno sciopero generale in cui ci fu un’ampia e massiccia partecipazione dei lavoratori e di tutti gli strati della popolazione. Dopo l’effettuazione del grande sciopero generale il Patronato italiano operò alacremente per indebolire il potere contrattuale del Sindacato operando concretamente per il verificarsi della avvenuta scissione sindacale pur operando in un contesto socio-economico politico e sindacale estremamente precario e molto difficile, riuscì a far avanzare tra tantissime difficoltà l’azione sindacale organizzando i lavoratori ed i cittadini alle lotte per i rinnovi contrattuali e per lo sviluppo economico e sociale e soprattutto per la conquista di nuovi diritti e per la piena occupazione. In questa ottica ritengo opportuno ricordare alcune conquiste tra le più importanti che il Sindacato è riuscito a ottenere. Primo l’accordo sindacale interconfederale del ’47 col quale si stabiliva per la prima volta in Italia un meccanismo automatico per il recupero del potere
di acquisto delle retribuzioni, dei salari e delle pensioni. Secondo l’accordo sindacale interconfederale sulla parità dei diritti delle lavoratrici, nel senso che a parità di mansioni di lavoro si doveva corrispondere la parità salariale e normativa con i lavoratori.Terzo l’abolizione delle differenze salariali. L’Italia era divisa in sette zone salariali la nostra Provincia faceva parte della VI zona ossia la penultima per cui le retribuzioni dei nostri lavoratori erano tra le più basse d’Italia. Quarto la riduzione dell’orario di lavoro dei lavoratori contrattuale da 48 a 40 ore settimanali. Quinto la Legge 20 maggio 1970 n. 300 denominata Statuto dei diritti dei lavoratori.

La mia lunga attività sindacale è costernata di tantissimi fatti ed episodi vissuti direttamente pertanto elencarli e trattarli tutti è materialmente impossibile in questa sede mi limiterò ad evidenziarne solo due tra i più significativi, il primo dei quali per la sua eccezionalità lo ritengo assolutamente anomalo.

Il compagno Vincenzo Terporilli certamente ricorderà di essere stato nel ’49 – ’50 Segretario della Camera del Lavoro di Lanciano e in questa sua qualità elaborò un volantino fatto diffondere fra i lavoratori e i cittadini di Lanciano col quale venivano denunciate le condizioni di lavoro e di vita delle 150 lavoratrici dipendenti dell’ex calzificio Fratelli Torrieri. In questa azienda venivano sistematicamente violate tutte le norme contrattuali e le leggi in materia di lavoro e previdenziale. Le
retribuzioni venivano stabilite unilateralmente dai fratelli Umberto e Gaspare Torrieri titolari della omonima azienda, le quali retribuzioni erano notevolmente inferiore di oltre il 50% dei minimi contrattuali. L’orario di lavoro medio giornaliero era no inferiore a dieci ore, circa la metà delle lavoratrici non erano assicurate, le lavoratrici furono state costrette, pena il loro licenziamento immediato, a recarsi nella sede della Camera del Lavoro in massa minacciando seriamente l’incolumità fisica del compagno Terporilli, il quale secondo la tesi patronale avrebbe dichiarato il falso e quindi aveva diffamato l’azienda. Solo il pronto intervento della polizia evitò il linciaggio fisico ai danni del compagno Terporilli, ebbene dopo cinque anni dal verificarsi dell’episodio testé ricordato il calzaturificio Torrieri ridusse l’organico del 50% delle addette, oltre la metà delle lavoratrici licenziate ritornarono nella sede CGIL non per linciare il Segretario della CGIL così come aveva fatto cinque anni prima, ma al contrario per instaurare una vertenza sindacale nei confronti della medesima direzione aziendale avente per oggetti i medesimi problemi denunciati dal Sindacato nel corso del lustro precedente. Secondo qualche anno dopo quello del verificarsi del fatto sopra descritto ossia nel 1953 organizzammo uno sciopero dei lavoratori edili addetti alla costruzione della galleria sotterranea della diga di Bomba alla centrale idroelettrica della CEA di Roma ubicata nella Frazione Selva di Altino in quanto i lavoratori addetti constatarono attraverso i loro mezzi rudimentali e le loro esperienze acquisite che nella costruente galleria era presente il gas grisou. La ditta Giovanni Volpe, appaltatrice dei lavori, sostenne che a differenza dei mezzi rudimentali usati dai lavoratori l’azienda aveva proceduto all’impiego di attrezzature scientifiche per verificare l’eventuale presenza di gas in galleria. Dagli esami eseguiti unilateralmente dalla Ditta Volpe risultò l’esenzione totale di gas grisou nella galleria. Poiché non fu possibile risolvere bonariamente la vertenza i lavoratori attuarono nove giornate di sciopero dopodiché intervenne l’Ufficio Provinciale del lavoro di Chieti con la convocazione delle parti per esperire il tentativo di componimento bonario della controversia. L’esperimento di conciliazione tentato dall’Ufficio Provinciale del Lavoro si risolse con un netto fallimento, purtroppo fallì anche lo sciopero perché i lavoratori risentirono insieme alle loro famiglie la mancanza delle nove giornate di salari non percepiti per lo sciopero effettuato in precedenza. In considerazione anche del fatto che le retribuzioni erano basse e quindi insufficienti per vivere una vita dignitosa. Ho sentito il dovere, compagni e amici invitati, il dovere morale e sindacale porre in evidenza le due esperienze testé riportate nella esperienza di aver contribuito sia pure limitatamente a far comprendere in modo particolare ai giovani in quali condizioni e carenze serie, il Sindacato è stato costretto ad operare per la difesa degli interessi dei lavoratori contro l’arretratezza economica e per lo sviluppo della intera società civile.

Vincenzo Terpolilli (in 50° dell’eccidio di Lentella. Ires Ab. Ediz. 2000):

E’ difficile affrontare con una certa logica il discorso che avrei potuto fare se avessi saputo prima che dovevo farlo, ma in ogni modo voglio sottolineare un aspetto che è essenziale a mio parere, è una riflessione che ognuno di noi deve fare: come eravamo nel 1944-45, come siamo oggi, non a livello di individuo ma a livello di società, in Abruzzo. Ognuno delle fasi di questa avanzata, di questa trasformazione ci ha avuti come protagonisti, quindi siamo gli artefici dello sviluppo abruzzese, scusate la presunzione ma questo è stato e questo è, e questo deve risultare dai documenti che si andranno ad elaborare. C’è un popolo di servi della gleba, o quasi, trasformato in produttori di merci.
L’industria sì, all’inizio, è calata dall’alto, ma l’agricoltura no, oggi non c’è pezzo di terra in Abruzzo dove non si produce per il mercato. L’organizzazione alimentare, cioè l’industria alimentare è diffusa, la vedete dappertutto e la gran parte di questa è anche autonoma, perché è del movimento cooperativo e anche questo è frutto nostro, l’abbiamo fatto noi, giorno per giorno.

E’ chiaro che con questa visione ricordare alcuni episodi sia essenziale.

Negli anni ’50 le lotte per il lavoro, il piano del lavoro della CGIL, la organizzazione di masse enormi di popolazione nel Vomano, nel Vastese, cioè non c’era parte della Regione Abruzzese dove non c’era un movimento, ma intorno ad una idea precisa, creare i presupposti energetici, strumentali perché questa regione decollasse. Le centrali Vomane a questo erano servite, la ricostruzione della ferrovia Sangritana, il Porto di Ortona doveva servire a questo, cioè questa era un’idea nella nostra mente per riorganizzare. Lo sciopero a rovescio fu una invenzione abruzzese, si dovevano fare dei lavori pubblici e non li facevano, si erano perse le carte negli uffici, nella burocrazia, e con i reduci e i disoccupati che facciamo? Durante il momento prodigioso della lotta nazionale per il lavoro mettemmo in movimento l’iniziativa autonoma dei lavoratori organizzati che vanno a costruire quella strada già prevista, a ripulire quei fossi, giù nel Fucino, che erano invasi dalle acque, dalla melma, dai rifiuti che alimentavano il canale che porta verso il fiume, ristagnavano e quindi si correva il rischio di ricreare il lago, legato alle lotte agricole, scioperi, proteste per costruire strade, ripulire i canali cioè ridare un certo senso alla vita dei nostri comuni nelle zone più disparate.

C’era poi il problema dei mezzadri, qualcuno ne parlava stamattina. Con i D’Avalos noi abbiamo fatto una vertenza in varie occasioni, a Casalbordino, a Torino di Sangro, a Vasto e alla occupazione delle terre di Bosco Motticce a San Salvo perché il 4% della divisione dei mezzadri fosse usato per trasformare quella landa senza un albero in frutteti, in oliveti, in vigneti e le vincemmo queste battaglie perché in Prefettura a Chieti facemmo con D’Avalos, il suo amministratore, il contratto perché si facesse. Le terre del Pontiggia furono distribuite, era un bosco, una foresta fluviale distrutta dalla guerra che noi utilizzammo perché era fertilissimo il terreno, e cioè praticamente ho voluto citare questi pochi episodi per dire che l’archivio storico, nel senso che la nostra mente è un deposito di ricordi che se uno ci mettesse un po’ di ordine verrebbero fuori volumi da riempire di enciclopedie, penso allora di non andare oltre. Dicendo questo, per finire, noi come Sindacato per i Pensionati, siamo contenti dell’apporto dato a questa società, viviamo ancora, pensiamo di vivere ancora molto, è progredita la società e ci sarà lo Stato supernazionale, l’unità europea, la moneta unica.

Il Sindacato oggi assolve alla sua funzione? I Partiti a cui abbiamo militato e militiamo ancora assolvono ancora alla loro funzione? Sono interrogativi ma, ripeto anche a noi, di non dormire ricordando il passato e di avere fiducia nel futuro, ma accorciandoci le maniche della camicia e dando una mano sostanziale, perché queste forze di cui parlo, il Sindacato e il Partito, possono ritrovare la strada che forse pare sia smarrita e andare avanti perché il popolo italiano il popolo abruzzese, nelle varie località, abbiano in noi la forza che è stata e forse continuerà ad essere.