Gli anni 1950-60

Rivolte Contadine 1950-60

Visto che la storia del movimento italiano è stata ripercorsa in maniera particolareggiata dagli altri relatori, mi limito a fare qualche personale considerazione.
La nostra provincia si è trovata in un periodo molto particolare, appunto perché alla miseria e all’arretratezza si aggiunse la guerra con distruzioni che interessarono tutta la zona da Francavilla fino a Palena e oltre. Allora, alla condizione disastrosa della gente, il problema che si pose risultò essere quello dell’alimentazione.
La nostra camera del lavoro, che rinacque nell’agosto del ’44, pose come primo compito, nella persona dell’allora segretario Pinto, quello di riorganizzarsi, dell’organizzazione dei riferimenti e la ripresa dell’attività che poi fu attuata in tutta la provincia di Chieti. Si partiva da questo stato di cose tenuto conto che la Camera del lavoro ebbe anche il compito non facile, insieme con la sinistra, la democrazia cristiana, ecc, di porre in modo nuovo il ruolo dei lavoratori nella società, superando le difficoltà dette che davano vita all’organizzazione spontanea per far fronte ad esse.
Ricordo il compagno Torrese, che abbiamo visto, il più in vista a Chieti come uomo di sinistra, che parlava alle folle dicendo che non si risolvono i problemi soltanto protestando ma che bisogna chiedere, andare avanti, manifestare. Allora i primi moti sorgevano dinanzi ai problemi del lavoro, della terra, dei contadini e noi, con le nostre prime lotte per la trasformazione della terra e della trasformazione dei contratti agricoli, tenendo conto del fatto che 80% della popolazione era analfabeta e delle esigenze impellenti sentite da ciascun lavoratore, mettemmo tutto insieme dando vita a momenti di rivendicazione e di lotta costruendo momento per momento, tra l’altro senza comunicazione alcuna.
Apprendevamo molto dai compagni anziani ma lo sforzo era nostro, dei giovani, sorretti dalla convinzione che la giustizia sarebbe arrivata. Ci sentivamo rivoluzionari. Tutto andava in quella direzione, nessuna altra cosa poteva essere messa avanti alla necessità di parlare con la gente, di lottare, rivendicare, organizzare. Mi ricordo, una volta, una delegazione in prefettura, facevamo il primo sciopero, il prefetto Ottaviani ci disse di attenerci alle leggi, leggi che a noi sembravano fasciste e non dettate dalla Costituzione. Mandarono i carabinieri, ed essi vennero, ma la nostra battaglia fu per noi vittoriosa. Questo movimento si allargò su tutta la provincia dove abbiamo avuto grandi lotte operaie e contadine fino ad investire tutto l’Abruzzo. Allora il sindacato si collocava in termini meno contestativi di oggi, non divise il corpo operaio e mantenne la sua unità. Ciò significa che la CGIL ebbe coerenza e seppe dare risposte ai lavoratori.
Siamo poi passati alla fase in cui i sindacati iniziarono la loro contestazione fino ad arrivare alla pratica amministrativa di oggi, ma, a proposito, voglio dire una cosa, noi abbiamo avuto un’esperienza importante, ma il rammarico sta nel fatto che grandissima parte di queste conquiste non si trasforma in qualcosa di migliore. Si spostano è vero migliaia di miliardi ma è vero pure, come diceva giorni fa un giornale italiano, che 238 individui hanno accumulato una ricchezza pari al reddito di due miliardi di persone. I sindacati devono rendersi conto di questo, qualcosa deve cambiare, in termini redistributivi della ricchezza. Si mondializza tutto tranne la solidarietà che è ancora insufficiente. Il sindacato deve elaborare uno strumento attuale, moderno.
La stessa concertazione che si manifesta in maniera triangolare, attraverso sindacati, governo, padroni, non può inficiare l’autonomia del sindacato che non sarebbe altrimenti tale. Questo è il vero pericolo.
Dobbiamo sempre salvaguardare l’operato del sindacato, in altre parole dobbiamo salvaguardare il movimento dei lavoratori, perché da questo dipenderà il superamento anche delle disavventure che questo processo di mondializzazione sta comportando per le grandi masse. Se si va avanti in questa maniera non sarà una vincita dei pochi capitalisti, ma sarà un vero risveglio. Le famose crisi civiche del capitalismo decennali, diventeranno cinquantennali, ma alla fine gli occhi l’apriranno quegli operatori che oggi lavorano per questi capitalisti italiani ed europei. Allora si deve internazionalizzare. Certo i sindacati non possono manovrare i grandi capitali, ma devono fare uno sforzo perché si tenga conto che l’agire mondiale richiede una tutela delle masse.
La distinzione tra classe capitalista e operaia deve essere ridotta.
Ma se non c’è qualcosa che si muove per i lavoratori e che tende la mano a forze intermedie, il successo non ci potrebbe essere. I piccoli lavoratori vengono sempre più schiacciati, non si può assistere ad un arricchimento del mondo e un altrettanto aumento della povertà. Quindi occorre una unità delle masse povere e questa è possibile attraverso una lungimiranza della politica internazionale. Questo bisognerebbe fare.
Il presente e il passato siamo noi, ma il futuro? Come organizzarci perché il futuro risponda alle esigenze del domani e della gente? Bisogna muoversi oggi. Ricordo un filosofo francese che diceva che non si può demandare ad altri la pianificazione del nostro futuro. Perciò se non facciamo questo salto di qualità a livello anche europeo, noi avremo delle battute d’arresto. E’con l’augurio che avvenga questo salto che io vi ringrazio per avermi ascoltato.

– Intervento di Tonino Rapposelli (Segr.Gen. della Camera del Lavoro negli anni 50/60)
(in: 80° della CdL di Chieti. Ires Ab. Ediz, )

Rivolte contadine
Cupello 13 marzo 1950

Il popolo di Cupello ha sempre dovuto lottare per la sua indipendenza e per il riconoscimento dei suoi diritti. Dovette farlo per rendersi indipendente da Monteodorisio, dovette farlo per fronteggiare la furia bellica, per il metano e in altre occasioni.Un episodio particolare merita di essere riportato: nel 1950 una legge che prevedeva la possibiltà di reimpiegare per migliorie sui fondi agricoli il 4 per cento dei profitti ottenuti, non venne applicata nella zona perchè la commissione Prefettizia aveva stabilito che il numero dei disoccupati era irrisorio. La realtà era ben diversa. Così i braccianti, d’accordo con i sindacati e i partiti di sinistra, organizzarono quello che veniva chiamato sciopero alla rovescia. I contadini, pur di lavorare, andavano volontariamente sui campi, sia del demanio che di privati, nella speranza di essere pagati. E per un centinaio di lavoratori andò bene sui fondi dei Marchesi D’Avalos visto che il 13 e 14 marzo ricevettero la loro paga giornaliera, fissata in 800 lire. Il giorno successivo i cento lavoratori sul terreno della duchessa Pacelli trovarono ben altro trattamento. L’amministratore del fondo denunciò i lavoratori ai carabinieri per ‘azione lesiva del diritto di proprietà’. In conseguenza otto capisquadra furono arrestati e tutti i lavoratori vennero identificati. Il sindacalista Tonino Rapposelli e Guido Fabrizio finirono anch’essi in prigione. Il giorno 18 marzo, Cupello scese in piazza; alla manifestazione di solidarietà parteciparono molti delle zone del circondario.Gli arrestati vennero rilasciati. Ci fu il processo, era il 27 giugno del 1951. Il tribunale di Vasto condannò i braccianti: un mese di reclusione per tutti. Ci fu l’appello ma intanto una amnistia avevava annullato tutto.