17 aprile 1921 – l’assalto dei fascisti alla Camera del Lavoro di Vasto

Il Popolo D'Italia - assalto alle Camere Del Lavoro

fascisti, guidati da Giacomo Acerbo, Raffaele Paolucci, Guido Cristini, Giustino Troilo, Francesco Di Pretoro, Luigi La Guardia non assistono inerti alla nascita e all’attività delle Camere del Lavoro. Durante la campagna elettorale per le elezioni politiche del maggio 1921, trasformate in “elezioni di terrore e di sangue“ per i numerosi atti di violenza, le assaltano e devastano con spedizioni squadristiche, ferendo e perseguitando i dirigenti. L’episodio più grave è l’assalto, il 17 aprile, alla Camera del Lavoro di Vasto. Così lo ricostruisce una delle vittime, l’avv. Mario Trozzi, nell’arringa pronunciata in difesa degli imputati socialisti nel processo celebrato nel Tribunale di Lanciano 1.
Il 17 aprile 1921 i fiduciari delle federazioni socialiste delle provincie di Chieti, L’Aquila e Teramo si riuniscono a Vasto per mettere a punto le liste dei candidati per le imminenti elezioni politiche. Alcuni delegati delle federazioni di L’Aquila e Teramo sono giunti in città il giorno prima, ma i fascisti li hanno costretti a ripartire inscenando manifestazioni ostili, tollerate dalla forza pubblica. Ciò nonostante, altri esponenti socialisti, tra cui Trozzi, De Cinque ed Emidio Agostinoni ( deputato di Montesilvano, reduce dal sequestro manu militari subito a Catignano il 9 aprile per opera dei fascisti), la mattina si riuniscono nella Camera del Lavoro, dando subito inizio alla preparazione delle liste. Ma gli squadristi di Gissi, Carpineto Sinello, Casalanguida, Liscia e S. Buono, convenuti in città su tre camion per dar man forte ai camerati locali, circondano la Camera e, saliti sul tetto, tentano di penetrarvi “con grida di morte e colpi di pistola”. Dopo un lungo assedio, costringono i socialisti a uscire alla spicciolata, ferendoli a colpi di randello (alcuni sono ricoverati e medicati in ospedale), poi devastano e incendiano la Camera del Lavoro e la vicina sede della cooperativa “La Fratellanza”.
Sugli incidenti del mattino il prefetto Enrico Palmieri invia al Ministero dell’Interno un telegramma rassicurante, riducendo al minimo gli effetti delle violenze fasciste: Agostinoni e Trozzi sono ripartiti “incolumi”; solo tre socialisti hanno riportato “lievi lesioni” in seguito a bastonatura; la Camera del Lavoro e la sede della cooperativa hanno subito un “lieve danneggiamento” per l’incendio di “pochi mobili”.
Il pomeriggio, carichi dei trofei di guerra, costituiti dai registri, dai sigilli, dalle tessere involate dalle sedi proletarie, nonché dalle stoffe e dai denari rinvenuti nelle casse sociali, indisturbati e forse ammirati dagli agenti della forza pubblica, gli squadristi assaltano la casa della famiglia Del Casale, i cui componenti (il padre Leonardo e i figli, Vincenzo, Nicola, Michele e Antonio) sono considerati i capi del Partito Socialista di Vasto), per farsi consegnare il trofeo principale: la bandiera rossa. Segue uno scontro a fuoco, con rinvio a giudizio, davanti alla Sezione d’accusa della Corte d’appello di L’Aquila, dei cinque Del Casale (Vincenzo, imputato per avere sparato contro il caposquadrista Giuseppe Valentini e alcuni militi; i fratelli e il padre, per complicità) e di tre militi (imputati di aver ferito Vincenzo, Michele e Leonardo con un frustino, col calcio dei moschetti, con pugni e calci).
La magistratura aquilana non è da meno del prefetto di Chieti quanto a parzialità di giudizio nella valutazione dei fatti: il 10 settembre 1921 i giudici della Corte d’appello sentenziano il rinvio al Tribunale Penale di Lanciano di Vincenzo, Leonardo e Michele (il primo per lesioni, gli altri due per correità) e il non doversi procedere a carico degli altri due Del Casale, per insufficienza di prove, e degli agenti, per non aver commesso il fatto.
Più equilibrata e meno acquiescente alla volontà dei fascisti di porre vincoli all’autonomia della magistratura, la sentenza del Tribunale di Lanciano, emessa il 22 giugno 1922: dopo l’arringa di Trozzi* e l’audizione di numerosi testimoni, i giudici assolvono Leonardo e Michele e dichiarano Vincenzo colpevole dei delitti di lesioni, ma col beneficio della provocazione grave, e di resistenza in danno degli agenti, condannandolo alla pena di cinque mesi di reclusione, di cui tre condonati.

* L’arringa fu stampata in opuscolo col titolo Un episodio di guerra civile in Abruzzo. L’opuscolo fu messo in vendita dalla Camera del Lavoro di Vasto e il ricavato fu versato nella “Cassa pro Vittime Politiche”.